Compagnia del Sole

La «confessione privata» di Agota Kristof

Recensione allo spettacolo "Lingua Matrigna"
Testata: IL MANIFESTO
Autore: Gianfranco Capitta
Data: 31/03/2018

 Agota Kristof ha già dato al teatro visioni interessanti (una per tutte, quei Due lupi che Virgilio Sieni trasse per Luisa e Silvia Pasello dal Grande quaderno, prima parte della Trilogia della città di K.). Per lo spettatore che volesse avvicinare maggiormente la grande scrittrice franco-ungherese, è indispensabile allora vedere Lingua matrigna, spettacolare monologo fugacemente apparso all’Argot Studio. Spettacolare innanzitutto per la semplicità di comprensione, ma sicuramente frutto di preparazione estenuante. È davvero impressionante sentire, e vedere, Patrizia Labianca porgerci con costruita naturalezza questa sorta di «confessione privata» in prima persona, tratta per la gran parte dal testo della scrittrice L’analfabeta. Quasi una parziale autobiografia, basata sul rapporto con le parole, i versi, la lingua, il suo significato, la sua funzione sociale, e quindi politica. Quella «autobiografia» si fa presto storia: l’infanzia domestica nella nativa Ungheria, la confidenza presto acquisita con le parole e l’alfabeto, e quindi scrittura e lettura.

Accenni di vita domestica in un villaggio sperduto della puzta, ancora prima della seconda guerra mondiale, che si ribaltano tragicamente nel ’56, al momento dell’invasione sovietica che spegne con i carri armati la rivolta operaia. E quindi la fuga, con marito e figlia, verso la «libertà», ordinatamente disegnata nel cantone svizzero di Neuchatel, che le ripropone il problema della lingua, stavolta davvero «matrigna», benché ancor più necessaria.

Sarà costretta a imparare il francese, impadronirsene per continuare a esprimersi, tanto più sulla pagina. Un altro percorso, più gravoso e puntiglioso di quello infantile, per poterci dare le sue meravigliose storie. L’attrice che ce lo riporta, su progetto e regia di Marinella Anaclerio cui si deve la scelta del percorso attraverso la scrittura di Kristof, sembra immedesimarsi nel suono, fatto di pesi e di leggerezza, in maniera totale. Scopre un accento da sud, oppure oriente, del mondo ricco e civilizzato. Un accento che senza scimmiottature ci racconta l’estraneità tra quella lingua e quella donna. Destinata a ricomporsi certo, nella scrittura di una delle grandi autrici del novecento. Ma che oggi continua a parlarci di quel problema, che rischia di esplodere se ogni lingua non cesserà di essere matrigna.

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